domenica, luglio 17, 2016

Martin Brod, nel Parco Nazionale di Una

Di parco in parco, di Stato in Stato... prosegue il nostro #exploreBalkans complice anche una fotografia su Facebook, anzi no, forse era su Instagram.

Vi avevo lasciato che eravamo ancora in Croazia al parco di Plitvice. Da qui eravamo diretti a Sarajevo. Paola un'amica di Roberta, che vive in Bosnia da molti anni, ho visto una delle foto che ha pubblicato. Così le ha mandato un messaggio per dirle che eravamo vicinissime e con l'invito a raggiungerla, il giorno seguente, a Martin Brod, dove avrebbe partecipato ad un evento in difesa del fiume Una, il cui ecosistema è a rischio a causa del progetto per la costruzione di una diga. 


Quando abbiamo deciso di fare questo viaggio ci eravamo detto subito che avevamo come mete fisse e sicure Plitvice, Sarajevo e Belgrado, perché lì avevamo fissato i pernottamenti e Novi Sad dove vive mia sorella. Tutto il resto del viaggio era da costruire insieme con la cartina (anche se un po' datata) in mano e la voglia di metterci in gioco. 

Ecco perché sono bastati davvero pochi minuti e uno sguardo d'intesa, per decidere che la tappa successiva sarebbe stata Martin Brod, nel Parco Nazionale di Una. C'era davvero tutto il tempo per una deviazione prima di puntare verso Sarajevo. Per il resto avevamo la strada davanti e bastava un po' di organizzazione e saremmo arrivate senza problemi a Sarajevo, dove ci attendeva l'ostello Franz Ferdinand, prenotato con Hostelsclub.

E così, detto fatto, la mattina ci siamo alzate presto e abbiamo puntato la nostra auto verso la frontiera con la Bosnia. Dopo essere passate per la Slovenia e la Croazia una frontiera extracomunitaria ci trova un po' impreparate, "dove cavolo ho messo il passaporto" e soprattutto "Roby, ma la carta verde ce l'hai?". Alla fine tutto è andato bene, anzi io ci ho rimediato anche un timbro sul passaporto.

Incredibile notare come basti passare la frontiera tra Croazia e Bosnia per vedere come il paesaggio cambi drasticamente, quei cambi graduali di cui spesso si parla tra un Paese e l'altro qui non ci sono. Il primo impatto, un po' forte direi, è stato con la storia. Una storia scritta sui muri con quel murales per non dimenticare il massacro di Srebrenica (ve ne ho già parlato nel primo post di questo #ExpoloreBalkans), avete presente vero? Fu il più grande massacro di civili dopo la Seconda Guerra Mondiale. 

Qui la guerra dei Balcani è anche scolpita a forza sulle facciate delle case, niente di artistico, ma solo i segni di un conflitto vecchio di vent'anni,  che però sembra finito ieri: case sfregiate dai colpi di proiettili e schegge di granate, ferite insanate che ancora oggi si incontrano ai lati delle strade. Fa impressione vedere queste case scoperchiate, bucate, pericolanti che convivono le costruzioni più recenti. La guerra è passata ed ha colpito, poi, una volta che tutto è finito e il Paese si è avviato verso una normalità, la scelta in molti casi non è stata né quella di recuperare gli edifici né quella di demolirli. Ecco allora che accanto a queste vecchie costruzioni sorgono le nuove o ancora in altri casi neppure quello... gruppi di case abbandonate al loro destino di paese fantasma. Per noi capire questo tipo di scelta non è facile. Guardiamo, fotografiamo e poi proseguiamo il nostro viaggio in attesa di capire (forse) un altro mistero di questa terra (e purtroppo non solo di questa): come sia possibile aggredire un parco così bello che, al pari di Plitvice, potrebbe rappresentare per la Bosnia una meta di grande richiamo turistico. 


Cascate, fiumi, vegetazione, tanti mulini, alcuni non più in uso e tanta tranquillità. Quanto alla ricettività non manca, niente grandi alberghi, ma la possibilità di dar vita ad una rete di ospitalità fatta da un albergo diffuso  grande quanto tutto il paese.

Qui non solo siamo in un parco nazionale di straordinaria bellezza, ma siamo anche in un luogo legato ad una tragica storia d'amore e si sa che le storie d'amore, soprattutto quelle tragiche, hanno sempre una gran fascino. La vicenda in questione ci racconta di una fanciulla di nome Marta che si innamorò  di un soldato. Un giorno mentre attraversava il fiume per andarlo ad incontrare finì in acqua ed annegò in uno dei tanti brod (bacini creati dal corso d'acqua), fu così che uno fu chiamato il Brod di Marta, appunto Martin Brod. Una storia d'amore che lega anche i due fiumi, Una e Unac che qui vanno a confluire, si uniscono e legano le proprie acque l'una con l'altra. Ecco perché per la gente del luogo questo è anche il posto dell'amore, un posto propizio per le coppie che vogliono avere dei figli.

Ecco, questa è Martin Brod, questo è il luogo al quale si vuole cambiare volto e storia. Si fatica davvero a trovare una risposta accettabile, qui si preferisce progettare una diga, si preferisce distruggere un ecosistema e un sito che potrebbe essere importanti anche per l'economica stessa del Paese. Per fare cosa poi? Una centrale elettrica della quale in Bosnia proprio non c'è bisogno e questo non lo dico io, lo dice la stessa Bosnia "che esporta un surplus di energia elettrica ai Paesi vicini ed a un prezzo più basso di quello che per lo stesso prodotto pagano i cittadini bosniaci" (da www.balcanicaucaso.org).

Quella mattina di aprile io e Roberta ci siamo trovate coinvolte in una delle iniziative per dire a gran voce NO. Questo fiume non merita una centrale elettrica, lo hanno detto i pescatori che qui trascorrono le loro giornate con i piedi nell'acqua, la pesca a Martin Brod è famosa e richiama appassionati anche da altri Paesi.

 Lo hanno detto anche gli sportivi che quella mattina hanno messo in acqua gommoni e canoe, perché su questo fiume non c'è posto per la diga, è perfetto anche per essere disceso in kayak o per fare rafting.

 Lo dicono i cittadini di Martin Brod e dei paesi vicini, questa è casa loro e una centrale proprio non la vogliono. Il fiume può dare molto di più, soprattutto in termini di sviluppo turistico. 

Perché sappiamo tutte queste cose? Perché la Paola che abbiamo incontrato si batte da anni per lo sviluppo di Martin Brod in chiave green, promuovendo molte attività ecosostenibili che si ben addicono ad un parco, sicuramente molto più di una centrale elettrica. 


E poi qualcuno mi deve spiegare che c'entrano una diga e una centrale elettrica con un Parco Nazionale, tra l'altro un giovane Parco Nazionale, proclamato tale solo nel 2008.
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